Lettera di Matilde

                  Carissimo Signor Viola,
La sua fama mi fa cedere alla tentazione di consultarla. È interessante, le parlo come se lei fosse un analista. Ma è pur vero che ciò che concerne la casa rimanda alla sua intimità. Veniamo a noi. Ho deciso di consultarla. Penso che il mio caso sia banale e che una singola seduta, beh, diciamo, un’unica risposta da parte sua, basterà a rasserenarmi. Soprattutto se credo agli amici che l’hanno contattata e che mi hanno consigliato la sua rubrica. Immagino che ci sarà un grande lavoro da fare, ma il lavoro non mi spaventa e come vedrà, dopo averle raccontato, non mi manca il tempo per farlo.
Si figuri, Caro Signor Viola, che sono un Funzionario dello Stato. Oltre al privilegio di servire una bella divisa, ho un alloggio di funzione. E questo, da molto tempo. Sono quindi abituata a vivere in spazi che non ho scelto e ad adattarmici piuttosto bene. Ogni volta sono riuscita a crearmi un quadro di vita confortevole. La mia preoccupazione, Caro Signore, è che l’età pensionabile arriva. E lasciando il lavoro, dovrò abbandonare anche il mio appartamento. La difficoltà, è che il mio stipendio di dipendente pubblico non mi permette di anticipare l’acquisto di un appartamento per lasciarlo vuoto fino alla pensione. Dovrei quindi acquistare una nuova casa all’ultimo momento (utilizzando il ricavato della vendita di due piccoli appartamenti che ho acquistato a credito e che sono attualmente in affitto). Tuttavia, quando mi proietto in questo « pensionamento », oltre alle preoccupazioni create dall’idea stessa di questo « ritiro » dalla vita sociale, soffro dell’incapacità di proiettarmi in una nuova casa. È difficile per me non potermi dire: qui vivrò, così sarà la mia casa, questi i mobili che porterò, etc…

Non ho dubbi, Caro Signor Viola, che lei sarà in grado di aiutarmi anche se, immagino, che proiettarsi in ciò che non esiste ancora, sia un esercizio delicato. Attendo la sua risposta e la ringrazio anticipatamente.

Cordiali saluti,
Matilde.

Egregia Signora Funzionario dello Stato,

La gioia e l’orgoglio con cui utilizza quest’espressione evoca l’idea che, più che di un lavoro, si tratta di una postura della mente. Servire una divisa, come compiere qualunque lavoro, può essere fatto: A) diligentemente, B) con vocazione, C) o usando tutto il proprio talento. In quest’ultima modalità, ciò che facciamo coincide con ciò che siamo! Se si tratta come io penso, veramente di un’attitudine mentale, il suo Abitare la divisa, è vivere in una casa più grande di quella natale, in una famiglia più estesa di quella parentale, con legami più complessi di quelli che si creano entro le mura domestiche. Hai mai posseduto un appartamento? Ritorna mai alla casa di famiglia? Che esperienza ha di un’eredità in pietra? Probabilmente nessuna. Questa assenza di ancoraggio e di vincolo, probabilmente le ha permesso di spostarsi facilmente da una casa all’altra. Questo errare con successo è lungi dall’essere un’esperienza banale. Non so se sia la Preside in un Liceo o un Generale in una Caserma, ma il fatto è che il suo luogo di vita coincide con quello del lavoro. E probabilmente ciò è iniziato molto prima della sua vita da adulta, poiché mi sembra perfettamente adattata, radicata, a questo luogo bifronte.

Fucina, officina, laboratorio, boutique, poi Atelier, oggi Loft, questo Abitare, è figlio di Vita e e Creatività. Velázquez (1599-1660) li riunisce sotto le sembianze di Vulcano, dio del fuoco, e Apollo, dio delle arti, nel dipinto La fucina di Vulcano. Apollo rivela a Vulcano che sua moglie Venere è l’amante di Marte, il dio della guerra. Amore, morte, arte, lotta, tradimento, fuoco; per un istante, lo spazio della fucina diventa il contenitore di tutti gli impulsi umani più forti. Quando i luoghi di vita e quelli di lavoro coabitano, la casa si trasforma in Atelier. Nelle strette e alte case medievali, mentre gli uomini lavorano al piano terra, le donne si prendono cura della casa. Falegnami, fabbri, calzolai, sarti e fornai sono artigiani che vivono tra l’officina e il focolaio domestico. Per il Rinascimento, la Bottega, era sinonimo di un luogo in cui una comunità di artisti lavorava e imparava. Un laboratorio in cui il maestro vive e lavora con la sua famiglia, mentre insegna ai suoi allievi. L’atelier, non solo riunisce il lavoro e la vita dell’artista nello stesso posto, ma ne è anche la sua agorà, il luogo della sua comunità in cui ci si incontra per condividere le stesse credenze e passioni.

Matilde, mi sembra che il suo desiderio di Abitare sia ispirato da tutto ciò: una casa che è vita, lavoro, amore, arte, lotta, tradimento, fuoco, credenze, insegnamento, trasmissione, passione, comunità, spazio pubblico. Probabilmente tutte o quasi tutte queste azioni l’accompagnano già. E la seguiranno in questo futuro passaggio dal corpo dello Stato a quello della nuova comunità. Poiché nella sua richiesta di consiglio lei fa anche menzione alle sue risorse economiche e alle sue intenzioni, io mi permetterei di suggerirle due cose. La prima e la più importante, è dare valore ai suoi desideri. Animarli in atti e azioni, incarnarli in progetti e opere, sostenerli da sola o in condivisione con la sua comunità. I suoi desideri e le loro opere, al momento del trasloco, saranno facilmente trasferibili. La seconda e più preziosa cosa, è darsi i mezzi per far abitare i tuoi desideri. Approfitti dei vantaggiosi tassi di prestito per acquistare altri beni da mettere in affitto, soddisferà così il suo desiderio di programmare il futuro costruendo il capitale che le permetterà di realizzarlo.

I miei più distinti saluti,
Augusto Antonio Viola

currier de matilde

 

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